Home page

> Il Capolavoro di Francesco Borromini: San Carlo alle Quattro Fontane <

  > Oggi è martedì 21 novembre 2017

Nuova pagina 1

 

.
 
 > Ordine della SS. Trinità

SAN CARLINO E I PADRI TRINITARI 

L’ORDINE DELLA SANTISSIMA TRINITÀ

L’anno 1998 l’Ordine Trinitario ha festeggiato l’ottavo centenario della sua istituzione. San Giovanni de Matha († 1213), oriundo di Provenza e teologo di Parigi, sentì, durante la celebrazione della sua prima messa (28 gennaio 1193), la chiamata divina a fondare un ordine religioso con il nome della Santissima Trinità e con la missione specifica di redimere i captivi cristiani dagli infedeli —e cioè, i cristiani soggetti alla schiavitù e al pericolo di perdere la fede— e di servire i poveri. Dopo avere stabilito a Cerfroid, a 80 km a nord-est di Parigi, la prima comunità, si recò a Roma dove Innocenzo III, avendo accertato che il propositum o progetto di Giovanni de Matha ubbidiva a una «ispirazione divina» e proveniva «dalla radice della carità», approvò il nuovo Ordine con Regola propria il 17 dicembre 1198. Il motto, assai espressivo, dei Trinitari sin dalle origini è stato: Gloria tibi, Trinitas, et captivis libertas; gloria a te, Trinità, e ai captivi (schiavi) libertà. Sì, perché i Trinitari si consacrano in modo speciale alla Trinità e le rendono gloria impegnandosi proprio a far calare il mistero della Trinità —mistero di Amore, di Vita e di Libertà— nelle profondità dell’indigenza e della sofferenza dell’uomo. Con Cristo e come Cristo, contribuiscono alla liberazione degli uomini con l’unica forza pienamente liberante, quella dell’Amore eterno e invincibile di Dio Padre, che si dona in Gesù per opera dello Spirito Santo.

Fino a trent’anni fa, anche San Felice de Valois († 1212) fu ritenuto fondatore dell’Ordine, per cui di solito i due santi sono stati abbinati nella iconografia trinitaria. Per esempio, a Roma, nella chiesa della Trinità a Via Condotti (facciata e interno) e a San Carlino (facciata, con le statue di San Giovanni de Matha e di San Felice de Valois, scolpite in travertino nel 1682 da Sillano Sillani, a fianco di quella di San Carlo Borromeo, opera di Antonio Raggi, collocata sette anni prima; interno, le tre figure ancora insieme nel dipinto ad olio dell’altare maggiore, di Pierre Mignard). Oggi l’Ordine onora come fondatore soltanto Giovanni de Matha e considera Felice de Valois il suo primo collaboratore.

Sul frontespizio dell’ospedale romano di San Tommaso in Formis al Celio, il fondatore ordinò di collocare un mosaico circolare, ancora oggi esistente, elaborato dai famosi marmorari Jacopo Cosmati e suo figlio Cosma (1210 ca.). Al di là della sua preziosità artistico-storica, per cui è conservato come monumento vincolato, per i Trinitari questo documento musivo è estremamente importante, perché è stato voluto da Giovanni de Matha in quanto riflesso del carisma e dalla missione dell’Ordine. Esso presenta un Cristo maestoso —“volto” della Trinità secondo l’iconologia medievale— seduto tra due schiavi, che tiene per mano: uno di essi, nero, simboleggia l’uomo musulmano in cattività; l’altro, bianco, per la croce rosso-azzurra che ha nella mano, risulta essere cristiano. Intorno al circolo si legge; Signum Ordinis Sanctae Trinitatis et Captivorum. Infatti, è la rappresentazione di ciò che Giovanni de Matha vide, grazie a una singolare rivelazione, nel momento culminante della sua prima messa. A partire dal ‘500, i biografi hanno sostituito la figura di Cristo con quella di un angelo. Tale visione (dell’angelo con gli schiavi), è stata immortalata da grandi pittori (ad esempio, nel museo del Louvre si può ammirare il quadro di Carreño di Miranda: Fundación de la Orden de la SS. Trinidad) e scultori (sulle facciate delle chiese trinitarie antiche si collocava tale gruppo scultoreo). Una di queste sculture si può vedere nella parte superiore della facciata della chiesa della Trinità in via Condotti (ex-convento dei trinitari calzati) a Roma. A San Carlino, invece, e questa volta sul portone d’ingresso al convento, è stato messo un bellissimo mosaico circolare, ispirato a quello cosmatesco di San Tommaso in Formis.

    

I TRINITARI, FRANCESCO BORROMINI, IL SAN CARLINO

Il complesso architettonico di San Carlino è nato per i Trinitari Scalzi di Spagna. La Riforma dell’Ordine Trinitario, richiesta dalla Chiesa a seguito del concilio di Trento, era stata portata a compimento da San Giovanni Battista della Concezione nel 1599, anno in cui, il 20 agosto, Clemente VIII approvò l’istituzione della Congregazione dei Trinitari Scalzi con lo scopo di ritornare allo spirito e all’osservanza della Regola primitiva di San Giovanni de Matha. Quindi, i Trinitari hanno celebrato recentemente non solo l’ottavo centenario della nascita, ma altresì il quarto centenario della loro Riforma. Da ricordare che il ramo dei Calzati non esiste più, essendosi estinto un secolo fa con la chiusura dell’ultima casa (in Roma, via Condotti). Si capisce perché nella chiesa di San Carlino, oltre ai suddetti santi fondatori, si venera il santo Riformatore Giovanni Battista della Concezione (1561-1613).

Dietro suggerimento del Riformatore, già nel 1609 furono inviati a Roma quattro frati spagnoli (fra Gabriel de la Asunción, fra Junípero de San Francisco, fra Francisco de la Asunción, sacerdoti, e fra Juan de Santa Catalina, fratello laico) con il compito di aprirvi una casa procura. Fissarono l’attenzione sul crocicchio delle quattro fontane tra la strada Pîa e la strada Felice al Monte Cavallo (Quirinale), a due passi del palazzo pontificio, dove il 4 settembre 1611 acquistarono una casa. Vi costruirono alcune celle e una piccola chiesa, che fu consacrata il 3 giugno 1612 dal cardinale Ottavio Bandini, protettore dell’Ordine, alla Santissima Trinità e a San Carlo Borromeo (primo tempio al mondo dedicato a questo santo). Per l’altare maggiore Orazio Borgiani dipinse la stupenda tela San Carlo in adorazione della Trinità, configurata appositamente per essere vista dal basso (oggi è collocata in sagrestia).

Nel 1634, la piccola e povera comunità ha la fortuna d’incontrare, senza alcuna raccomandazione, il giovane, inquieto e incompreso architetto Francesco Castelli Borromini. Le due parti si accordano presto grazie anche alla generosità dell’artista, che non pretende compensi personali per la costruzione di una nuova fabbrica. I Trinitari danno al Borromini fiducia, credibilità, spazio, pur abbastanza ridotto (quello di tre piccole case contigue), per eseguire con libertà il suo progetto. Come fautore principale e garante della costruzione borrominiana durante il primo decennio, quello decisivo, va ricordato qui fra Juan de la Anunciación, superiore della casa dal 1629 fino alla sua morte nel novembre 1644. Il Borromini considera San Carlino la sua opera prima e, quale gesto di gratitudine nei confronti di quei frati spagnoli, diventa loro amico e benefattore.

Subito il genio dell’artista e l’umiltà dei frati, lo spirito di povertà di questi e il dinamismo creativo di quello si compenetrano, sì da poter affrontare coraggiosamente, senza l’appoggio di potenti, senza generosi protettori e lasciti (tranne un contributo di 2.363 scudi del Marchese di Castel Rodrigo, ambasciatore spagnolo, per la fabbrica del dormitorio e 1.000 scudi che, in diverse rate, diede il cardinale Francesco Barberini a fra Giovanni dell’Annunciazione, suo confessore) una costruzione che, nonostante la liberalità del Borromini e l’utilizzo di materiali poveri, si profilava molto onerosa per la comunità. Abbattute le tre case esistenti, a richiesta dell’artista stesso, questi può finalmente sfoggiare il suo genio creativo. E i lavori vanno avanti superando momenti di angosciosa ristrettezza, in cui mancano persino i pochi soldi da pagare ai muratori (in una certa occasione, fra Giovanni dell’Annunciazione è costretto a chiedere in prestito 30 scudi). Commenta fra Juan de San Buenaventura nella sua famosissima cronaca dei lavori: «Dio voleva che fra Giovanni dell’Annunciazione fabbricasse con stento et mortificatione acciò questo fosse prova del amor che portava alla Santissima Trinità, a San Carlo et alla religione per chi si affaticava».

I Trinitari seguono passo dopo passo con entusiasmo tutte le fasi della costruzione, dispensando all’architetto, tutto dedito al cantiere, lodi e appressamenti incoraggianti. Convemnto, chiostro e interno della chiesa sono completati in dolo sette anni. In particolare, la chiesa, iniziata il 23 febbraio 1638, è terminata l’8 maggio 1641. Ma si deve aspettare altri cinque anni per saldare i debiti, pur modesti, contratti con quasi tutte le maestranze. Il 26 maggio di detto anno, festa della Santissima Trinità, viene collocato il Santissimo Sacramento nella chiesa, la cui consacrazione avviene il 14 ottobre 1646 da parte del cardinale Ulderico di Carpegna, amico e protettore del Borromini. Dedicata, come la cappella precedente, alla Santissima Trinità ed a San Carlo Borromeo, il noto pittore francese Pierre Mignard, detto il Romano, che aveva già eseguito quattro anni prima l’affresco ovale con l’Annunciazione nella controfacciata, raffigura al olio sul muro sovrastante l’altare maggiore la Trinità e San Carlo Borromeo con i santi Giovanni de Matha e Felice de Valois (1645).

La chiesa, la facciata del convento e il chiostro, per volontà espressa del committente, furono caratterizzati da molteplici riferimenti iconografici all’Ordine della Santissima Trinità. Accenniamo soltanto ad alcuni. Si vedevano delle raffigurazioni esplicite della Trinità nella facciata della chiesa (affresco ovale del livello alto, oggi inesistente, dipinto da Pietro Giargutti nel 1677, con l’Incoronazione della Vergine da parte della Trinità), sull’altare maggiore e nella sommità interna del lanternino (lo Spirito Santo e il triangolo su fondo dorato), ed implicite nei triangoli equiilateri, alcuni con il cerchio inscritto (unità e trinità in Dio), nei triplici cerchi e in altri gruppi ternari; nella croce greca bicolore rosso-blu su sfondo bianco (tre colori simboleggianti le tre Persone divine), collocata per esempio nella volta della cripta, in vari punti dell’interno della chiesa (tabernacolo, cornice della pala dell’altare principale…) e del chiostro; nello stemma dell’Ordine Trinitario, messo nei prospetti esterni, nel campanile, nella controfacciata sormontando l’affresco dell’Annunciazione (oggi, purtroppo, distrutto), nel paliotto e sulla cornice esterna dell’altare maggiore; nei quattro medaglioni in stucco, sistemati nei pennacchi della cupola, che mostrano scene della fondazione dell’Ordine ad opera di San Giovanni de Matha; ancora nelle due teste di cervo con sopra la croce (scolpite nel 1677 dallo scultore Simone Giorgi) del primo ordine della facciata della chiesa. Mancano, invece, a differenza di altre chiese romane, stemmi (ad eccezione di quello della famiglia Barberini nella volta della cappellina dove riposano i resti della Beata Elisabetta Canori Mora), lapidi, iscrizioni di cardinali e di famiglie nobili; «altre armi non si vedono che la santa croce della nostra Congregazione», scrive in proposito il citato cronista.

C’è già l’essenziale per la vita dei religiosi e la fabbrica, per scarsità di mezzi, si ferma per alcuni anni, finché Francesco Borromini, dopo una stagione artistica di straordinaria fecondità creativa (Oratorio di San Filippo Neri, ricostruzione di S. Giovanni in Laterano, Sant’Ivo alla Sapienza, Sant’Agnese in Agone, palazzo di Propaganda Fide, il campanile di Sant’Andrea delle Fratte…), ritorna a San Carlino. Negli anni 1656-1659 realizza il primitivo campanile, ma, ritenendolo inadatto e sproporzionato, prima di morire chiederà di rimpiazzarlo. Bel biennio 1662-1663 si occupa della facciata del convento sulla strada Pia (oggi, via del Quirinale), dove, da luglio 1663 ad aprile 1664 mastro Fabio Cristofani, a richiesta del superiore P. Giovanni della Concezione, esegue il medaglione musivo, a cui abbiamo già accennato. Questo mosaico, coeovo alla fabbrica borrominiana, dopo anni di occultamento sotto una nera coltre di smog, grazie ad un accurato restauro, è stato riscoperto in tutto il suo splendore cromatico. Nel 1664 l’artista ticinese inizia la costruzione della facciata della chiesa, che lascia incompiuta: ne realizza il primo ordine fino al cornicione che reca la data della sua tragica morte (1667); sarà completata negli anni 1675-1677, sul suo disegno, dal nipote Bernardo Castelli Borromini.

Quale il frutto di tanta fatica e di tanta fede? Il capolavoro che tutti oggi ammiriamo. Fra Juan de San Buenaventura, dopo avere sottolineato per ben due volte che il Borromini «fece un convento perfetto con tutte le sue officine», aggiunge: «Due cose concorrono nella fabbrica di questo convento meravigliose, che una pare ecceda all’altra, et l’altra alla prima. Una è aver cavato in così stretto et irregolare sito così grande numero di stanzie et officine, et ultimamente quanto è di bisogno per un convento capace di abitare 20 religiosi. In esso si contengono: giardino, refettorio, anrefettorio, cucina, luogo comune con continua acqua, una stantia di entrar al giardino con una fontanina nel mezzo, mezzanini per servitio del convento, dormitorio con 14 camere, sopra esso una libreria di palmi 80 et 20, archivio et antelibreria; due loggie scoperte per ogni tempo, cioè una per la invernata dove si gode del sole senza pregiudicarsi della tramontana; tre scale, le due lumache di palmi 12 il pozzo et altra di branchi di palmi 7; enfermeria, postenfermeria; claustro basso et alto con le sue stantie; guardaroba; porteria, cantine, grotta, cisterna; chiesa principale, altra sotterranea per seppellir i defonti, coro, sacristia, stantia de lavamani; et in chiesa due cappelle; con li corritori necessari per servitio di tutta la casa. Et in modo tal admirabile questo, che per molti che hanno visto lo interiore della casa pare che sia impossibile rispetto del sito che mostra lo esterno. La seconda è il modo, dispositione et accomodatione di dette stantie in sito cosí irregolare, come lo mostra il disegno nel quale il detto signore Francesco si affaticò molto et ebbe bisogno di valersi di tutto il suo sapere. Et questo con disegno cosí straordinario, che mai si trova aver copiata né mendicata cosa alcuna da architetto nessuno, ma sì bene fondata sopra lo antico et conforme quello che li valentissimi architetti lasciaron scritto. Ma, dove detto signor Francesco mostrò essere nipote di quel valentissimo architetto Carlo Maderno…, fu nella fabbrica de la chiesa di questo convento, opera così degna che, come fu la prima che fece in vita sua detto signor Francesco, così è la prima nel disegno et arte, così raro, al parere di tutti, che pare non si trova altro simile, nello artificioso et capriccioso, raro et straordinario in tutto il mondo».

Informa lo stesso cronista sulla povertà delle stanze dei frati, le cui dimensioni (lunghezza e larghezza) non eccedevano i 15-16 palmi. «Nella qual camera altro ornato non si trova che un letto di palmi 9 lungo et palmi 3½ di largo; con due coperte, una che serve di materazzo et altra per coprire il religioso; un tabulino con alcuni libri, uno scabello piccolo et una lucerna». Dispiace che non si avverasse il reciproco desiderio della comunità trinitaria e del Borromini di dare riposo al suo corpo in una cappellina ricavata bella cripta di San Carlino.

 

I PADRI TRINITARI, ANIMA DI SAN CARLINO

Il complesso di San Carlino, ritenuto giustamente un gioiello architettonico del barocco, è ancora più bello ed affascinante per la sua “anima”, e cioè, per la vita dei frati che vi dimorano e che, sin dall’inizio, ne garantiscono la conservazione e la finalità sociale. Le mura e l’ambiente di San Carlino riportano a quelle che sono le caratteristiche essenziali dello stile di vita trinitario: la semplicità, lo spirito di povertà, la comunione dei fratelli, il richiamo all’interiorità, la preghiera. Senza i Trinitari, il cui spirito in qualche modo è stato trasfuso dal Borromini nella progettazione ed esecuzione della fabbrica, San Carlino non sarebbe quello che è.

Come è stato detto, nella chiesa esistono quasi esclusivamente insegne dell’Ordine Trinitario. Oltre agli elementi trinitari originari della fabbrica, la comunità ne ha aggiunto altri durante l’Ottocento. Così i due dipinti degli altari laterali, vale a dire, San Giovanni Battista della Concezione, di Prospero Mallerini (1821), e San Michele dei Santi, di Amalia de Angelis (1847), hanno sostituito quelli primitivi del Cerrini; nel centro del nuovo pavimento marmoreo, eseguito nel 1898, fu messo in bella mostra lo stemma dell’Ordine (con la croce, la corona e le catene). I due dipinti di Gian Domenico Cerrini, detto Il Cavalier Perugino, che attualmente si possono ammirare nel corridoio attiguo alla chiesa, fanno anch’essi riferimento ai Trinitari. Uno, eseguito nel 1642, raffigura Santa Orsola martire con un vessillo bianco recante la croce rosso-azzurra. L’altro, del 1643, mostra La sacra Famiglia con le Sante Agnese e Caterina d’Alessandria, ambedue copatrone e protettrici dell’Ordine. Fu il desiderio di dedicare due altari del tempio ai suaccennati confratelli recentemente beatificati che indusse la comunità ad operare la menzionata sostituzione.

I frati di San Carlino, dal vistoso abito tricolore, hanno riempito i muri del convento di vita e di gesti di umana e cristiana solidarietà con i bisognosi. Con il trascorrere dei secoli, poi, la casa ha acquistato un’importanza crescente per il ramo riformato dell’Ordine. Ed è l’unica a non essere stata soppressa lungo la storia! In questo luogo si sono intrecciate arte e sapienza, opere di misericordia e cultura, formazione intellettuale e impegno di santità. Nel passato i frati hanno offerto rifugio a tanti pellegrini non benestanti accorsi a Roma, per i quali spesso si privavano perfino del proprio vitto; hanno condiviso il necessario con i poveri; hanno risparmiato e raccolto elemosine per avviare il riscatto di molti schiavi cristiani. Da San Carlino sono partiti i fondatori dell’Ordine Trinitario in Polonia e nell’Impero Austro-Ungarico, cosí come i restauratori del medesimo in Italia e in Spagna (secolo XIX). Qualcuno ha chiamato San Carlino isola di santità. Pensiamo, ad esempio, che qui, nel secolo appena trascorso, hanno raggiunto la loro perfezione il Beato Domingo Iturrate (1901-1927), il venerabile Félix de la Virgen (1902-1851), alcuno martiri della guerra civile spagnola. Pensiamo che due madri di famiglia, le Beate Anna Maria Taigi (1769-1837) ed Elisabetta Canori Mora (1774-1825), raggiunsero la vetta della santità e realizzarono la loro missione speciale a favore della Chiesa proprio guidate da un santo trinitario spagnolo della comunità (padre Fernando de San Luis) e partecipando allo spirito e alle attività del fiorente Terz’Ordine Trinitario di San Carlino (ne fece parte anche San Vincenzo Pallotti, morto nel 1850). A San Carlino è poi stato fondato alla fine del Settecento, dalla serva di Dio Teresa Cucchiari, l’istituto delle Suore Trinitarie di Roma.

Attualmente, in sintonia con la sua tradizione storica, il convento ha come scopo principale quello di ospitare giovani studenti e sacerdoti dell’Ordine Trinitario, che vengono a Roma per completare presso i suoi affermati atenei ecclesiastici i loro studi di preparazione al sacerdozio o di specializzazione. Si facilita loro una formazione integrale, intellettuale e spirituale, in modo che possano attuare fruttuosamente il carisma dell’Ordine, particolarmente in paesi del Terzo Mondo. Qui, a San Carlino, ha sede anche la postulazione generale dei Trinitari per la promozione delle cause dei santi.

 

LA FAMIGLIA TRINITARIA

La Famiglia Trinitaria è composta dai fratelli, dalle sorelle e dai laici che portano il nome della Trinità come appellativo e riconoscono in Giovanni de Matha il padre. Tutti partecipano al suo stesso carisma trinitario redentore e continuano nella storia la sua missione di gloria della Trinità e redenzione degli schiavi del nostro tempo.

La Famiglia Trinitaria,  attualmente presente in 32 paesi, conta 600  religiosi, 300 monache, 2500 religiose dei vari Istituti, e cioè, Trinitarie di Valence (Francia), Siviglia (Beaterio), Roma, Maiorca, Madrid (Urquijo), Valencia (Spagna) e Oblate  dell'Istituto Secolare; 15.000 Laici Trinitari  delle diverse Associazioni e una moltitudine di circa 250.000 Amici e Collaboratori in tutto mondo.

In questa Famiglia aperta c'è posto anche per te. Possiamo collaborare per la grande causa del  Vangelo, per il riscatto delle vittime della schiavitù e in favore dei perseguitati a causa  della fede (Giovanni Paolo II, 7/6/1998).


a

 

Nuova pagina 1
Nuova pagina 1

 Copyright 2002 - 2007 | Chiesa di San Carlo alle Quattro Fontane - www.sancarlino.eu 
powered by Brain Computing