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> Il Capolavoro di Francesco Borromini: San Carlo alle Quattro Fontane <

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UN AMORE PIÙ GRANDE

Beata Elisabetta Canori Mora (Roma 1774 + ivi 1825)

Beata Anna Maria Giannetti Taigi (Siena 1769 + Roma 1837)

 

Una parete della piccola cappella situata a destra dell’ingresso della Chiesa di San Carlo alle Quattro Fontane, capolavoro di Francesco Borromini, ospita una pittura ad olio di Giuseppe Milanese (1653) che rappresenta “L’Incoronazione di spine. La Crocifissione”.

La crocifissione, il supplizio più spaventoso escogitato dalla crudeltà umana, simbolo di sofferenza, di umiliazione e di morte, ricorda in qual modo Cristo-Dio ci ha redenti, trasformandola nel più nobile segno di salvezza, di vita e di amore.

 

Un santo crocifisso è lo scudo di difesa di Elisabetta, quando, costretta a riparare i debiti contratti dal marito, vende gli oggetti di valore della sua dote e si reca dai creditori pregandoli umilmente di accontentarsi di quanto può dare. 

Quella croce le fa vincere la timidezza e trovare il coraggio per affrontare la situazione penosa. Scrive nel suo Diario spirituale: “Fatta l’offerta, in unione di quella che fece Gesù Signore nostro, per amore del genere umano e per la gloria dell’eterno suo Padre, unii il mio povero sacrificio in unione dei fini nobilissimi che ebbe la sua santissima umanità nel sacrificarsi sul patibolo della croce a vantaggio di noi, poveri peccatori”.

 

Elisabetta ha fatto propria l’affermazione di Paolo “Noi abbiamo un tesoro in vasi di creta, perché appaia che la potenza straordinaria viene da Dio e non da noi” (2 Cor 4,7).

Noi siamo i vasi di creta, fragili, pronti a soccombere - ed Elisabetta ne era consapevole - ma abbiamo un tesoro immenso che è la presenza di Dio in noi, e lei si è sempre abbandonata completamente, in qualsiasi situazione, nelle braccia di Colui che non l’ha mai delusa.

 

Sant’Agostino rifacendosi anche lui al Vangelo, esorta “Dove andate su questa via così solitaria? Tornate al Signore. Tornate al vostro cuore. Nell’intimo dell’uomo abita Cristo, nell’intimo di sé l’uomo rinnova l’immagine di Dio e nell’immagine riconosce il suo Creatore”.

 

Scrive la figlia minore di Elisabetta, Maria Lucina “Il suo cuore era tutto consacrato alle cose celesti e la sua vita a tutta ragione si poteva chiamare vita di fede”.

 

La Beata Anna Maria Taigi, ebbe il privilegio di sentir la viva voce del suo celeste sposo, con cui trattava con una santa e confidenziale familiarità, e con la purezza del suo cuore si è affidata completamente a Lui dal quale è stata ricambiata con numerose grazie.

 

Scrive Don Raffaele Natali “La fede fu sempre in Anna Maria viva ed attiva; poichè tutto il tenore di sua vita penitente ed austera, l’esatta osservanza de’ precetti divini e della Chiesa e tutto il suo operato, furono in corrispondenza di tal virtù, a cui teneva sempre fisso lo sguardo come a fiaccola ardente in questa caliginosa terra che la guidava pel retto sentiero del bramato possedimento del Sommo Bene, dov’erano riposte tutte le sue speranze”. E ancora “Venerava con singolare ossequio il Mistero della Santissima Trinità, al di cui Ordine era ascritta terziaria, meditava con effusione di lagrime la passione di Nostro Signore Gesù specialmente nei venerdì, nei quali giorni parea che il Signore le facesse parte delle sue pene, accrescendoli i suoi mali fisici e morali oltremodo, specialmente lo spasimo della testa, che ordinariamente le durava fino alle ore 21”.

 

Le Beate Elisabetta e Anna Maria si identificarono in Cristo e alla sua sequela fecero della preghiera e della sofferenza uno strumento di redenzione, di promessa e di speranza della vita eterna.

 

 

 

Segnaliamo il libro:

Maria Lucina Mora “Vita della Beata Elisabetta Canori Mora.

Scritta dalla figlia, monaca filippina”

Roma, Libreria Editrice Vaticana, 2003, 284 p. € 9,00

Padri Trinitari, tel. 064883261

 

 

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