Home page

> Il Capolavoro di Francesco Borromini: San Carlo alle Quattro Fontane <

  > Oggi è martedì 11 dicembre 2018

Nuova pagina 1

 

.
 
 > Presentazione

Donato Tamblé *
Presentazione della mostra fotografica Vedere Borromini 
Roma, S. Carlo alle Quattro Fontane, 24 maggio 2002

Presentare una mostra fotografica su Borromini mi ha fatto riflettere su diversi punti.
La fotografia si addice al Borromini. E questa mostra di immagini borrominiane realizzate dall'arch. Tino Grisi ce lo dimostra.
L'arte della fotografia sarebbe certo piaciuta allo stesso Borromini, che peraltro sembra abbia sperimentato le camere ottiche, antenate della fotografia, ideate dal Kircher. Queste macchine permettevano di studiare la luce e di vedere la realtà in nuovi modi, e ciò era parte integrante delle sperimentazioni e speculazioni borrominiane, nella cui ricerca il tema della luce e del conseguente disvelamento della conoscenza era centrale. 
La fotografia è arte di luce per eccellenza: dal negativo al positivo c'è tutta la simbologia archetipica del dualismo del mondo.
La fotografia è espressione e segno, è comunicazione, parola visiva e ciò la apparenta ad altre arti e in particolare all'architettura. 
Parola dunque.
"In principio era il Verbo", la parola creatrice, la parola che si fa essa stessa creazione, che si materializza, si cristallizza e si oggettiva, la parola, azione segno e simbolo. La parola che l'uomo cerca nuovamente dai secoli dei secoli di codificare in segni e scritture, fissandola su stabili supporti, la cui più antica matrice è la pietra naturale o quella artificiale, come le tavolette d'argilla degli antichi Sumeri.
Parallelamente la pietra lavorata dall'uomo diviene architettura, e l'architettura, in quanto anch'essa opus di un ancestrale verbo, si presenta in forme diverse e significative e può esprimere concetti e conquiste intellettuali dell'uomo, dimostrando di poter essere architettura parlante. Da qui derivano gli studi complessi e profondi, (tanto da sembrare misteriosi ed esoterici) degli architetti, che da tempi immemorabili coniugano l'architettura con tutti i saperi e ne fanno mezzo privilegiato di conoscenza. 
Ne consegue ben presto una più ambiziosa ricerca nella sublimazione dell'arte e del lavoro dell'uomo: quella di attuare l'edificazione governata dalla Sapienza, intesa a costruire al tempo stesso nella materia e nello spirito, in un processo di perfezionamento individuale e collettivo. 
Borromini è pienamente consapevole di questo significato della sua professione e ne fa lo scopo della sua vita. Egli si sente erede delle conoscenze muratorie dei costruttori di cattedrali del Medioevo, che ha assimilato nel cantiere del Duomo di Milano, ha conosciuto la tradizione dell'ermetismo rinascimentale, le concezioni neoplatoniche, ha letto Marsilio Ficino, ma soprattutto partecipa dei fermenti culturali, esoterici e sapienziali del suo tempo - Galileo e Kircher - .
Borromini è pertanto orientato sin dagli inizi della sua attività alla costruzione della grande opera, il "Tempio di Salomone". Inizia a Milano, ancora bambino, come semplice apprendista scalpellino nel lavoro di squadratura delle pietra. Ma i cieli nebbiosi non appagano la sua ansia di luce e ben presto lascia Milano - forse addirittura ne fugge, a quanto ne dice il Baldinucci - e viene a Roma dallo zio materno Leone Garovo, attivo nella Fabbrica di S. Pietro, per affinarsi e procedere sulla via operativa e speculativa. È significativo che tra i suoi primi lavori come aiuto dello zio, Borromini scolpisce alcuni cherubini nei portali della Basilica Vaticana: e ai cherubini, custodi delle porte del paradiso, resterà legato per tutta la sua vita, sino a quelli che ornano con le loro testine alate la parte superiore della cupola di Sant'Ivo.

A Roma nei primi anni venti del Seicento collabora già col Maderno per i Teatini in Sant'Andrea della Valle, e anche qui si rivela la continuità della sua ricerca nel pensare il cherubino come punto di congiunzione dei capitelli delle colonne binate.
In un documento del 1625 del cantiere di San Pietro troviamo la prima qualificazione come "maestro" del giovane Francesco Castelli, che presto figurerà col nuovo nome che si è scelto: Borromini. In questi anni si era andato affinando oltre che con il quotidiano lavoro, nella frequentazione della sua corporazione: la Confraternita dei Marmorari, che si riuniva nella Chiesa dei Santi Quattro Coronati, i patroni dell'Arte sin dal IV secolo d. C. Nel 1628 Borromini è elencato con il grado di "maestro scalpellino" nel libro del Camerlengo di tale Confraternita - il cui archivio già conservato presso il Museo di Roma è ora presso l'Accademia di San Luca. In questo cenacolo rituale Borromini prosegue la sua ricerca di assoluto che dall'indagine interiore estrinseca nelle sue opere. È un cammino religioso e iniziatico, cristiano e filosofico. La storia della sua sperimentazione trascendentale coincide con quella della sua attività professionale: da quello che sappiamo circa la sua cultura, le sue frequentazioni, le sue amicizie e le sue realizzazioni, possiamo essere certi che la speculatività si è sempre accompagnata alla sua operatività. Solo così si spiegano la sua tormentata ricerca di perfezione e la severità della sua vita ascetica; solo così si spiegano i molteplici simboli, numeri e geometrie referenziali che costellano tutte le sue opere, rendendole un'arca in cui suggellare e conservare la conoscenza raggiunta.
In questo senso la più studiata, ma non ancora abbastanza, è la chiesa di Sant'Ivo, tempio dello Studium Urbis, l'Università, e quindi Domus Sapientiae per definizione, e dichiaratamente Tempio di Salomone, il cui sigillo si libra dall'esagono della pianta e permea tutta la fabbrica sino al cielo, mentre contemporaneamente dalla stessa cella esagonale d'alveare della base vola una mistica ape, simbolo antico d'intelligenza e purezza di cuore, più che mondano emblema araldico barberiniano. Sin da principio Borromini vuole che la Sapienza governi la costruzione del suo/Suo Tempio e con questo proponimento già sul progetto autografo conservato nell'Archivio di Stato di Roma, annota sul margine le bibliche frasi e l'indicazione dei luoghi in cui dovevano essere poste le relative iscrizioni: nel fregio della porta SAPIENTIA AEDIFICAVIT SIBI DOMUM, nel fregio delle colonne - EXCIDIT COLUMNAS SEPTEM, nel piedistallo della statua PROPOSUIT MENSAM SUAM.
Dal primo, già significativo, esperimento borrominiano di Aedes Sapientiae in S. Carlino al più completo Opus di Sant'Ivo, si dispiega un itinerario conoscitivo e spirituale che fa della pietra "parola di luce".
Questa espressione di religione viene oggi riproposta nella mostra di immagini fotografiche dell'arch. Grisi, con la consulenza scientifica di Leros Pittoni, profondo conoscitore di Borromini, che all'architetto ticinese e ai significati riposti nelle sue opere ha dedicato più di un libro. L'architetto e fotografo Tino Grisi con la sua intelligente lettura di Borromini ci riaccosta alle forme e ai simboli che ci elevano, alla visione che diviene riflessione interiore, speculazione che ci illumina e che ci riconduce verso l'alto. 


*Dirigente negli Archivi di Stato - 
Docente di Archivistica e di Fonti per la Storia dell'architettura e della città.

Per un approfondimento di questo testo si veda: 
DONATO TAMBLÉ, "Borromini nell'Archivio di Stato di Roma", in I Beni culturali - tutela e valorizzazione, VIII, n. 3, maggio - giugno 2000, pp. 18-27 (prima parte) e n. 4-5, luglio-ottobre 2000, pp. 62-67 (seconda parte).

Immagini

a

 

Nuova pagina 1

Nuova pagina 1

 Copyright 2002 - 2007 | Chiesa di San Carlo alle Quattro Fontane - www.sancarlino.eu 
powered by Brain Computing